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Questo romanzo mi sta facendo pensare da alcuni giorni . La ricchezza e ed efficacia del linguaggio, la chiarezza e l’attendibilità della trama, il ritmo della narrazione, sono notevoli, tanto che la lettura è veramente avvincente. E’ un romanzo di guerra, nato da un reportage giornalistico pubblicato a gennaio 2011 sul settimanale “Vanity Fair” (“Natale con i Talebani”).
Un avamposto tenuto da qualche decina di Alpini, nel deserto afghano, la “forward operating base”, FOB, “Ice”. I soldati, quasi assediati in una “bolla” iperprotetta, in contatto soltanto telematico con i comandi, e visitati dai lanci di rifornimento degli elicotteri, sono impegnati in sporadici compiti di pattuglia, in un generico “mantenimento dell’ordine”, nella distribuzione di viveri e medicine agli Afghani, e nell’addestramento delle forze di polizia locali contro i Talebani. In pratica passano quasi tutto il tempo a cercare di vivere al meglio nella scomodissima situazione di isolamento e precarietà della base, senza conoscere nulla dell’ambiente circostante, del territorio, della gente che vi abita (“nemici” e “civili”), della lingua, delle condizioni di vita. E senza tanto interrogarsi. Forse soltanto pochi agenti della fantomatica “intelligence”, che si aggirano tra le postazioni come la FOB “Ice”, hanno un’idea del quadro d’insieme. Le vicende personali dei militari, i loro ricordi, la ragione della loro scelta di essere soldati, si fondono con la quotidianità dell’avamposto, e in qualche modo la modellano e determinano. Alessandro Egitto, tenente medico, è la voce narrante più consapevole e dolente. Ma anche altri comprimari raccontano di sé, in una sorta di Spoon River dei vivi e dei morituri. Retorica militarista, momenti di contatto con la popolazione, episodi da caserma, rapporti familiari malati e morbosi, pensieri ossessionanti ed autocentrati, si avviluppano in un coro di voci dissonanti, dove ogni tanto irrompe il lampo violento della macelleria di guerra (la testa mozzata del camionista afghano, l’episodio del Lince che salta su una mina: ben descritti).
Però, continuando a leggere, sento che manca qualcosa. Nella generale “mozione d’affetti”, manca un po’ di autocoscienza civile. Viene spontaneo chiedersi: perché vanno in guerra questi Alpini? E’ perché George Bush Jr. ha ordinato di attaccare l’Afghanistan dei Talebani 10 anni fa, in seguito all’attentato del World Trade Center, quando bisognava vendicare e difendere la nostra civiltà? O vanno perché è un lavoro molto sporco, e molto ben pagato, che non tutti possono fare, e non importa se ha senso, o se il gioco vale la candela? Mi sembra che questo elementare pensiero non venga in mente a nessuno. Addirittura, quando il maresciallo Renè rinuncia alla carriera militare “per amore”, e passa ad un lavoro normale, sembra, e si sente, letteralmente “degradato”. Quand’ero una ragazza, vedevo i miei coetanei americani manifestare contro la guerra del Vietnam, e difficilmente ad uno di noi sarebbe parso attraente fare della guerra un mestiere. La guerra è distruzione sistematica, mentre è evidente che il lavoro, qualsiasi lavoro umano, ha come finalità una forma di benessere. Invece, gli Alpini che descrive Giordano (probabilmente con cognizione di causa) sembrano impermeabili a qualsiasi disagio rispetto al loro “posto nel mondo”.
E, proprio perché il libro fa molto riflettere, mi chiedo anche ragione di tutte le figure femminili negative, “spostate”, manipolatrici che ci sono nel romanzo (alla fine, si salva sostanzialmente soltanto la soldatessa Zampieri, la meno complessa ed indagata del libro), che quasi ti spingono a fuggire pur di sfuggire a loro, a costo di buttarsi in una guerra?
Insomma, il libro è oggettivamente ben riuscito, ma ricalca la – comprensibile - parzialità di chi fa il militare di professione, e questo, venendo da un autore intelligente che ha voluto calarsi in una situazione complessa ed indagarla a fondo, è un po’ riduttivo, ed anche un po’ triste.

Sull'insieme del libro si nota una certa superficialità, non si scende mai troppo in profondità nei personaggi, l'autore sembra fermarsi a metà. Resta per me inferiore al suo primo libro "La solitudine dei numeri primi".

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